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robertomatatia

Cancro


Cari amici, è incredibile come, nella propria vita, possano capitare cose che ti incidano la pelle,le ossa,gli organi interni in modo irreversibile. Il tempo passa,la vita scorre, eppure vi sono eventi che sembrano successi pochi istanti prima. Come quella volta che, davanti allo specchio, vidi uno strano rigonfiamento sul torace.Mio suocero, medico chirurgo, appena lo vide ,decise di operarmi. Iniziarono anni di calvario, anni nei quali non riuscivo a guardare le mie figlie con felicità. Avevo paura di non star loro troppo vicino, di non vederle crescere.Non volevo che nessuno,in famiglia,capisse che gli esami,prima, e la chemio, dopo,erano necessari,certo,ma devastanti. Poi venne la radio, altro tormento. Quando tutto sembrò finito, venne una serie di problemi collaterali che mi fecero rischiare la vita più volte.Qual’è la morale di questo racconto così intimo? È che oggi è stata la giornata di raccolta fondi per l’AIRC, ed io ho pensato di portare il mio contributo oltre che l’offerta in denaro, anche col mio racconto la cui morale è: in totale ho passato quasi tre anni nei quali ho dovuto stringere i denti,lottare con rabbia,ma, soprattutto , affidarmi a dei medici,mio suocero in primis, che, a forza di cocktail farmaceutici in vena, hanno cacciato dal mio corpo quell’ospite indesiderato che si chiama cancro. È un incubo sempre presente che non riesco a soffocare:basta una parola, un alito di vento, un attimo di sgomento ed ecco che la memoria e la paura del mostro ritornano. La mia ancora di salvezza, inutile a dirlo, sono mia moglie, le mie ragazze,il mio piccolo cane, quegli affetti, insomma, che mi aiutano a capire che, sì, lottare,giorno dopo giorno,ha avuto senso.

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Litigare col passato


Seguendo l’onda del furore americano, anche da noi, da tempo, si invoca la distruzione dei monumenti scomodi : quelli dell’epoca fascista; come se, con una ruspa e qualche colpo di piccone, sia possibile purificarsi di un passato riprovevole. Si sa; da sempre i monumenti, specie quelli celebrativi, possono unire come dividere, e, quelli fascisti, sono sparsi a macchia d’olio in giro per l’Italia: obelischi, statue muscolose, palazzi dall’architettura inconfondibile. Ho visto, tempo fa , una mostra di Wildt, scultore autore di volitivi busti di Mussolini e di altre opere d’arte , perchè tali sono per me, come pure, a Salò, nel Museo diretto da Giordano Bruno Guerri ho visto una collezione di sculture celebrative del duce, fra le quali il famoso busto opera di Bertelli. Anche le pietre sanno che io non nutro alcuna simpatia per il fascismo, ma come posso non restare colpito dalla perfezione artistica di tali opere? Come posso non tenere conto che anche questa è storia dell’arte? Forse, il pittore più famoso del ventennio fu Sironi. Bisogna distruggere tutte le sue opere?E la Stazione Centrale di Milano? All’esterno fa mostra di diversi fasci littori, mentre, all’interno, vi è un sontuoso mosaico raffigurante l’incontro fra Mussolini e il re. Che fare? Buttiamo giù tutto? Per parlare della mia Romagna, che fare dei tanti palazzi di Forlì? O della magnifica opera in ceramica raffigurante la Madonna con , a lato, due angeli coi fasci littori in braccio, conservata in un convento di suore, a Predappio? Non si combattono i nostalgici di un’epoca sconfitta dalla storia con la distruzione delle sue vestigia. L’unico risultato che si otterrebbe e quello di cancellarne o affievolirne la memoria, e un popolo senza memoria, si sa, è destinato a scomparire.

La vita è una figata


Oggi, su Raiuno, è andato in onda un programma dal titolo “La vita è una figata!”, ed è vero, anzi verissimo, specie se a dirlo è la giovanissima atleta Beatrice Maria Vio. Con lei la vita è stata crudele, e la sua disgrazia è da tutti conosciuta; ma la sua gioia di vivere e la sua risata pulita e contagiosa fanno pensare che, sì, Bebe ha ragione. Nel momento più critico della sua malattia, quando ai problemi fisici si aggiungono quelli mentali, Bebe disse a suo padre che non avrebbe potuto reggere e che si sarebbe suicidata.Il padre l’abbracciò e la disse : “Bebe, la vita è una figata!”. Da allora, questo sarebbe stato il suo mantra, e dovrebbe diventare anche il nostro, che passiamo i nostri giorni lamentandoci per il lavoro che non va, per i nostri fallimenti, per la nostra incapacità di affrontare le difficoltà della vita. Avete presente la canzone di Modugno? “Tu dici non ho niente; ti sembra niente il sole, la vita , l’amore?”Questa dovrebbe essere la ragione della nostra motivazione : guardare un tramonto; allargare le braccia davanti alla profondità del mare, come per abbracciarlo; commuoversi per il pianto di un neonato e sentirsi umili e piccoli davanti a quelle persone per le quali ogni secondo della loro vita è una conquista: coloro i quali la nostra ipocrisia e il nostro desiderio di incasellare tutto e tutti in definizioni, porta a chiamare “diversamente abili”

A mia mamma


Quel 25 ottobre 2004 accade qualcosa di paradossale e,al tempo stesso, sconvolgente: mia madre lasciò questo mondo con un urlo al cielo,gli occhi sbarrati verso l’infinito. Che strano, non vi furono pianti o grida,ma volti attoniti e rassegnati.Da molti anni ognuno di noi viveva nella consapevolezza che,questo giorno, sarebbe stato per lei una liberazione. La paura che mi colse, e che mi affligge ancor oggi, è che sarebbe potuto venire il momento in cui avrei scordato il suo volto, l’armonia della sua voce,le sue labbra calde sulle mie guance. La cosa mi spaventava,anche perché, nei suoi ultimi anni di vita,raramente la si vedeva sorridere o la si sentiva parlare. I cambiamenti di un tuo caro che invecchia naturalmente difficilmente vengono colti,ma,quando una vita è devastata dalla malattia, giorno dopo giorno vedi il volto sempre più scavato, gli arti sottili; si perde la femminilità e si diventa corpi stanchi e vuoti. Mia mamma, la mia dolce mamma,oggi avrebbe compiuto 85 anni e,certamente, sarebbe stata una dolce vegliarda. La penso sempre perché, come ho detto,non voglio scordala. È assurdo che io avverta il suo vuoto ancor oggi,a 62 anni,con una bella e amata famiglia al mio fianco? No,perché penso che sarebbe stato molto bello poter condividere con lei questa mia gioia. Auguri, mamma,mia dolce mamma. Sento ancora la tua mano sfiorarmi il capo, e vorrei che tu riuscissi a sentire il bene che,ancor oggi, ti voglio

La vostra opinione


Sto leggendo quello che viene ritenuto il libro più bello di Elsa Morante,figlia di madre ebrea: L’Isola di Arturo.  Ho sottolineato “figlia di madre ebrea”,perché un brano mi ha colpito, anzi sconvolto. Che essere figli di un matrimonio misto possa essere complicato posso capirlo: confronti avuti con le mie figlie,nate da madre cattolica,  mi hanno fatto essere parte di problematiche di ricerca di identità da risolvere col guanto di velluto. Certo,è fondamentale una situazione famigliare solida,che possa essere in grado di chiudersi alle spalle tutte le pressioni negative esterne. Ma,tornando alla Morante, ecco la parte del libro che mi ha turbato : “Quelli come te,che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; è mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua,subito hanno voglia di scappare via.Tu te ne andrai da un luogo all’altro,come se fuggissi di prigione, e corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone ,come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto,fra tanta gente che si incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue misto di rado si trova contento in compagnia :c’è sempre qualcosa che gli fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro”

Ovviamente la Morante scriveva questil pensieri in un’epoca lontana anni luce da questa odierna, ma il senso di sdoppiamento penso resti inalterato. Da ebreo modernizzato  (mi suona meglio di laico) mi viene da dire che chi vive la realtà di essere figlio di un matrimonio misto vive una situazione di potenziale arricchimento culturale e spirituale.  Tuttavia,ciò che vorrei ora è aprire un dibattito e conoscere l’altrui opinione,purché rispettosa e non violenta.Grazie

Nonne


Un racconto breve, una storia di poche righe, mi auguro comune a molti di noi. Un ricordo che si è risvegliato oggi, mentre ero in spiaggia. Il mio sguardo si è soffermato ad osservare i tanti nonni ed i loro piccoli nipotini,intenti in un continuo fuori /dentro questo splendido mare. Le nonne osservavano benevole e preoccupate per la responsabilità data loro. Come un flash back,  ho rivissuto le estati al mare con la nonna materna  (comunemente chiamata “la nonna di Trieste ). Era una “donnina” piccola come un soldo di cacio, tonda con un enorme seno materno,buona come la casa di dolciumi della favola di Hansen e Gretel. Se si fosse dovuto dipingere la classica nonna sefardita,si sarebbe dovuto dipingere lei,nonna Fortuna  (in realtà “Masal”,Fortuna in ebraico). Cuoca sopraffina, moglie coccolata da mio nonno Levi, nonna adorabile. Il nesso con la vita di spiaggia odierna è dovuto ad una visione che ho avuto : l’ho vista sul bagnasciuga, con le braccia incrociate appena sotto il petto,lo sguardo impegnato a scrutare l’orizzonte : “Que mal nos chedes, donden sta l’hijico?” ( Che non ci tocchi il male! Dove è il bambinetto?).Potevo avere 5/10/12 anni,ma ero sempre l’hijico. Quando,poi,sventolava la mano destra voleva dire che dovevo uscire :era il momento di mangiare le borrekas (deliziosi ravioli di pasta sfoglia, tipicamente turche,o orientali ).Comunque, sefardite o Eskenazite, ebree,cattoliche o altro ,le nostre nonne sembrano aver studiato tutte nella stessa scuola : oggi ho osservato mia suocera, anche sul bagnasciuga,anche lei con le braccia incrociate,intenta a scrutare l’orizzonte.Talvolta la mano destra perpendicolare sulla fronte, a mo’ di visiera; finché, allarmata,si rivolge a me dicendo:”Roberto, non vedo le bambine! ” Ah,le nonne ! (ndr: le mie figlie hanno 29 e 24 anni…..le nonne restano tali vita natural durante! )

Terre arse


Sono perplesso, indignato, offeso,addolorato per l’enorme incendio che ha devastato il Vesuvio. I criminali responsabili di questo vile gesto immagino che,difficilmente, verranno assicurati alla giustizia o,quanto meno,possano ricevere una condanna esemplare.Vile e inumano anche il modo usato per estendere l’incendio: esche vive;cioè gatti ai quali sono state legate esche incendiate.Le povere bestiole,correndo terrorizzate, hanno così sparso il fuoco prima di morire carbonizzate. Orrore si aggiunge all’orrore. Pensate,inoltre, che non saranno state le uniche vittime di questo scempio. Ogni animale che abitava queste zone ha fatto questa fine. E,che dire degli alberi? Avete mai sentito il lamento di un albero che brucia? Il crepitio è un pianto disperato; le scintille lacrime roventi. Siano maledetti da Dio e dagli uomini questi delinquenti! Hanno ridotto gran parte del Vesuvio ad una escrescenza di terra arsa; hanno commesso un crimine contro ognuno di noi, compresi i loro figli, perché la vita, il verde,l’ambiente in cui viviamo sono patrimonio universale che va rispettato ma,soprattutto, amato

Il mondo in un villaggio


E’ la seconda estate che trascorro lavorando a Porto Cervo, un vero angolo di paradiso terrestre. Turisti di ogni angolo del mondo solitamente affollano questa località, che i portieri dei lussuosi alberghi chiamano leziosamente: villaggio. Francamente, il centro vero e proprio più che altro è un lussuoso e curatissimo centro commerciale, tante che, passeggiare in Via Montenapoleone o in Via Condotti, si corre il rischio di sfiorare le stesse vetrine delle stesse mega-firme. Ciò che, però, più mi affascina è che, in questo piccolo angolo di Sardegna, si incontra il mondo e si riesce ad intuire quello che, nel  globo, sta accadendo. Successe così quando Monti emanò i micidiali decreti anti evasione : sparirono gli yachts, le feste dei lussuosi locali andarono semi deserte, i ricconi sparirono altrove. Quando uno è in vacanza, italiano o meno, non vuole essere controllato e risvoltato come un calzino. Venne poi la volta dei russi: Putin impose ai ricchi locali di spendere i soldi a casa propria. Quest’ estate, invece, il problema sono gli arabi. Dove sono le loro signore ingioiellate e spendaccione? Dove gli sceicchi multi miliardari ( in euro) dell’Arabia Saudita o degli Emirati ? Forse chiusi all’interno delle loro ville? A parte i gossip e le curiosità sui vizi di questi  bambinoni mai cresciuti, la situazione impone riflessioni molto più serie. Si sa che la Costa Smeralda è, in buona parte, di proprietà del Qatar: gli alberghi più esclusivi, le infrastrutture di questo villaggio, tutto è Qatariota ( si dirà così?). La ricchezza di quel minuscolo puntino della penisola arabica è inimmaginabile. Grattacieli a Milano, maison d’alta moda, squadre di calcio, insomma l’emiro del Qatar, Al Thani, ha investito in misura massiccia ovunque fosse vantaggioso farlo. Purtroppo, ha anche provveduto ad allacciare relazioni pericolose con l’Iran, e a finanziare cospicuamente i terroristi islamici. Ecco che gli altri Stati  a loro vicini hanno decretato un embargo totale nei confronti del piccolo emirato e delle sue proprietà sparse nel mondo, ponendo condizioni capestro ad Al Thani. Io credo che la realtà sia meno semplice ed ovvia di quello che ci viene detto, anche perchè si è sempre saputo che l’Arabia Saudita con una mano si tiene stretta agli Usa e con l’altra ai terroristi di mezzo mondo. Si sa che anche il Barhein ha rapporti privilegiati con l’Iran. Qualcosa di subdolo e, secondo la mia opinione, molto pericoloso si nasconde dietro tutto ciò.  Si comprende, allora, che se, in un piccolo villaggio come questo, si sentono gli effetti di una crisi così lontana, se moltiplichiamo il danno per 10.000, 100.000, 1 milione di volte, tanto da raggiungere le dimensioni di una crisi mondiali,  ci rendiamo conto di come gli esiti di questa crisi possono essere maggiori di quanto ci viene raccontato. Se, come sembra, alla base di tutto  ci  sia il massiccio riposizionamento in Arabia Saudita degli Stati Uniti in chiave anti Iran, c’è solo da sperare che Trump abbia ben valutato come muoversi fra le dune di quello sterminato deserto pieno di petrolio.

Essere ebrei


Una domanda che molto spesso mi viene posta è: “Cosa vuol dire essere ebreo?”. Rispondere è molto più complesso di quello che si possa immaginare. Se ci affidiamo agli insegnamenti della religione, è ebreo chiunque sia figlio di madre ebrea ( qualcuno addirittura disse: chi ha i nipoti ebrei). Se, invece, prendiamo come riferimento gli insegnamenti dei padri del Sionismo, è ebreo chiunque ritenga di essere tale. Lo affermò solennemente anche Ben Gurion nel discorso di fondazione dello Stato di Israele. Secondo un’ottica strettamente sionista, Israele è da considerare come lo Stato di tutti gli ebrei, sia dei cittadini dello Stato di Israele, si di coloro che vivono nella diaspora. Infatti la legge del ritorno, per la quale ogni ebreo ha diritto, in qualsiasi momento della sua vita, di trasferirsi in Israele e diventarne immediatamente cittadino, presuppone chiarezza sull’identificazione dell’aspirante israeliano. Il problema si pose quando, con la caduta del comunismo, una moltitudine di russi si diresse verso Israele. La quasi totalità non poteva dimostrare la propria fede per oggettiva impossibilità ; col comunismo, infatti, non era immaginabile una vita comunitaria per qualsiasi credo e, quindi, una identificazione religiosa risultava complessa per i funzionari israeliani. Venne perciò confermata la direttiva per la quale è da ritenersi ebreo chiunque ritenga di essere tale.  E’ il solito, costante conflitto fra religione e diritto e quale dei due debba prevalere sull’altro. soprattutto ai nostri giorni, quando lo stile di vita laico è decisamente prevalente. Ma essere ebrei significa appartenere ad una razza, a un popolo o a cosa? Se si pensa che, per un ebreo è possibile convertirsi ad altra fede, allora ci siamo già dati la risposta. Può un uomo di colore diventare bianco? Può un cinese rinunciare agli occhi a mandorla? Sebbene la parola razza sia orribile, si capisce che, se una persona può cambiare fede, vuol dire che, la sua , è un’appartenenza ad un popolo che si può abbandonare con la conversione. Per questo è errata la credenza che un ebreo che si converte resta sempre un membro dell’ebraismo; è lui stesso che , non ritenendosi più tale, ha abbandonato il suo popolo d’origine.

Spero di aver dato una risposta ai tanti che , o fra discorsi amichevoli, o nel corso di conferenze, mi pongono queste domande, vecchie di centinaia di anni, ma sempre attuali, specialmente dall’inizio del secolo scorso, quando l’assimilazione iniziò a segnare buona parte del popolo ebraico.

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